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La narrazione delle vicende che nell'autunno del 1944 posero fine al breve periodo (23 giorni) del possesso partigiano di Alba, si dipana sin dall'inizio in un filo di ricordi di Fenoglio (1) che - dall'aver vissuto proprio quei fatti di tanta gente e nei suoi luoghi come la parte più sconvolgente e importante della sua intera esistenza (cosa da lui stesso ripetutamente confidata ai suoi intimi) - è sospinto instancabilmente a renderne testimonianza; a mettere cioè in opera una cronaca per quanti non mancheranno di accogliere la rinnovabile rappresentazione di un mondo e della sua valida storia.
Ma a questo legame con precisi fatti storici, nella narrazione subito s'aggiunge, non consciamente evidente, quello con il filo inapparente di un'altra “cronaca” e quindi di un altro intento dell'artista al momento di dare inizio a un nuovo capitolo del suo complicato lavoro:
“Il sole non brillò più, seguì un'era di diluvio. Cadde la più grande pioggia nella memoria di Johnny (2): una pioggia nata grossa e pesante, inesauribile, che infradiciò la terra, gonfiò il fiume a un volume pauroso (“la gente smise d'aver paura dei fascisti e prese ad aver paura del fiume”) e macerò le stesse pietre della città. Johnny alzò gli occhi al suo flagello