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Interrogandoci sulla modalità secondo cui la funzione simbolica può arrivare ad agire in senso destruente e confusivo, così da irretire le più svariate espressioni umane in una spirale falsificante in apparenza inattaccabile, possiamo preliminarmente osservare con Bion che “L'animale umano non ha smesso di essere perseguitato dalla sua mente e dai pensieri solitamente associati ad essa - qualunque possa esserne l'origine…” (1). Il rifugio - egli afferma inoltre - può certo trovarsi nell'amenzia, nell'erotizzazione della falsità, nell'acting out ed in vari gradi di stupore. In questo stesso orientamento di pensiero potrebbe essere inserito il messaggio di Wittgenstein là dove egli afferma che “La filosofia è una battaglia contro lo stregamento linguistico dell'intelletto” (2).
Come già la maieutica di Socrate - continuatore dell'arte ostetrica elevata a livello psicofilosofico - così anche le ricerche di Wittgenstein operano nello smarrimento e nella confusione dell'interlocutore, il quale si configura di volta in volta come avversario, alleato, o anche solo come ipotetico riscontro umano del compiersi del discorso. Il fine che accomuna tali orientamenti si evidenzia nel lavoro analitico, inteso appunto a sciogliere quello “stregamento linguistico” che, nelle guise più subdole e svariate, impedisce propriamente il nascere di modalità simboliche più idonee all'evoluzione della vita mentale.