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Si fa sempre più esiguo il numero degli psicoanalisti che hanno conosciuto Freud direttamente e che hanno contributo con la loro testimonianza ad alimentare, rettificare e precisare con i loro ricordi personali l'immagine viva della sua persona che le generazioni successive possono ricostruire soltanto attraverso la lettura delle sue opere.
La sollecitazione a mettere per iscritto queste testimonianze in modo che non vadano perdute ha già arricchito di opere preziose la letteratura psicoanalitica su Freud fornendoci degli elementi di disincanto attualmente indispensabili per accostarci con un metro adeguato ai suoi lavori scientifici.
Anche Max Schur, deceduto nell'ottobre del '70, spinto dalle insistenti sollecitazioni dei suoi colleghi, aveva dedicato i suoi ultimi anni a sviluppare il materiale di una conferenza, tenuta nel '70 presso l'Associazione Psicoanalitica di New York sul tema: “Il problema della morte negli scritti di Freud e nella sua vita”, per rendere più viva e corrispondente con i suoi ricordi personali (egli fu medico personale, “guardiano” di Freud dal 28 in poi) l'immagine di Freud che risultava dalla pubblicazione, nel '70, del terzo volume della ormai “classica” biografia di Jones.
Schur, avendo condiviso con Freud gli ultimi anni dolorosi della sua malattia, era consapevole dell'originalità del suo eventuale contributo ed aveva messo a disposizione di Jones la documentazione medica in suo possesso e le lettere inviategli da Freud (v. Appendice B del 3° vol. Il Saggiatore, Milano, 1962, pag. 545), che non era cosa da poco dal punto di vista biografico se si pensa che negli ultimi anni Freud lo consultava quasi quotidianamente e si intratteneva con lui sugli argomenti più vari.
Il contributo di Schur avrebbe dovuto figurare nell'ultima parte della biografia di Jones come “ultimo capitolo” ma l'accentuazione che Schur poneva sull'importanza dei disturbi fisici di Freud fin dall'epoca della sua amicizia con Fliess risultò a Jones ben presto incompa