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1) La necessità dell'epistemologia, o riflessione filosofica sui metodi specifici del conoscere, discende, in campo psicologico, dalla presa di coscienza che s'è determinata una situazione babelica: troppe e diverse lingue caratterizzano le molte psicologie con cui abbiamo a che fare. Il risultato sembra un paradosso: infine ci occupiamo tutti dell'uomo come soggetto, delle condizioni della sua felicità o infelicità, della sua crescita o della sua impossibilità di crescere; l'oggetto comune dei nostri interessi sembra essersi frantumato nella molteplicità dei punti di vista; sembra dunque diventato il contrario di ciò che pur dovrebbe essere: da oggetto comune, condiviso, conosciuto insieme, si è trasformato in oggetto non più comune, non più conosciuto insieme e perciò largamente sconosciuto.
L'epistemologia contiene dunque il riconoscimento della necessità di ritrovare la comprensione reciproca, l'unità perduta. La pur necessaria divisione del lavoro ha prodotto in ciascuno di noi un sentimento di alienazione che ci obbliga a scendere dal ramo sul quale siamo appollaiati e a riguadagnare il tronco comune da cui pure siamo (o dovremmo essere) partiti; dalle ramificate viuzze del solitario “conoscere” ritornare nella piazza delle partenze: ciò che, implicitamente, ci obbliga a fare i conti con la nostra tenace agorafobia…
Una volta intrapreso questo percorso centripeto non abbiamo, in verità, motivo di fermarci, perché, giunti ad una prima confluenza, riconosciamo che quella che ci era parsa una piazza è solo una via più larga che mostra a sua volta di poter confluire entro vene di maggior calibro. Nel cuore dell'epistemologia convergono infine oltre mille “logíe” ufficialmente costituite.