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I buoni sono quelli che si contentano
di sognare ciò che i cattivi fanno veramente.
(dal “Simposio” di Platone)
Freud parlò per la prima volta di “agire” (Agieren) nella “Psicopatologia della vita quotidiana”, riferendolo agli atti mancati. Ma fu nel 1905, nel “Frammento”, che introdusse più significativamente questo termine, fino a giungere ad attribuire ad un “agire” di certe fantasie infantili l'interruzione dell'analisi di Dora. In “Ulteriori raccomandazioni” usa il termine nel contesto dei suoi rapporti con il transfert e con la resistenza e nel 1914, in “Ricordare, Ripetere e Rielaborare”, l'agire viene definito come la spinta non eludibile a ripetere nel comportamento il passato dimenticato.
Questa ripetizione si verifica, secondo Freud, nel processo terapeutico psicoanalitico per cui il paziente agisce, ripetendola, l'esperienza rimossa trasferita sull'analista. Freud supponeva che l'agire dipendesse dalla resistenza e in ogni caso applicava il termine a fenomeni di azione invece che di ricordo.
A partire da “Al di là del principio del piacere” l'agire sarà per Freud un fenomeno legato alla coazione a ripetere, e quindi all'istinto di morte.