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Il titolo di questa introduzione alle riunioni, ai Corsi e ai Seminari 1978-1979 del nostro Centro, e del suo Istituto, non è stato scelto a caso. Noi parliamo spesso di “psiche”, di “processi psichici”, di “apparato psichico”, senza troppo chiederci, dal punto di vista semantico e da quello conoscitivo, se il termine “psiche” e i suoi derivati abbiano una piena legittimità scientifica, sia secondo il dottrinale stesso della psicoanalisi, sia in base a ciò che possono oggi indicarci la psicologia generale, la neurologia, la neurofisiologia, e altre discipline.
Freud usa raramente il termine “psiche”, ma tutta la sua opera, dopo lo splendido sforzo del Progetto (1895), presuppone la psiche come istanza in its own right, come direbbero gli Inglesi; e nel saggio Das Unbewusste, del 1915, dichiara esplicitamente: “Non sappiamo fin dove ci può portare la scoperta della ineguale importanza delle diverse parti del cervello e delle loro relazioni particolari con certe parti del corpo e certe attività intellettuali. Ma ogni tentativo di dedurre da questi fatti una localizzazione dei processi psichici, ogni sforzo tendente a rappresentare le idee come immaginate nelle cellule nervose e spostantisi lungo le fibre nervose, è completamente fallito”.
In diversi punti della sua opera complessiva, Freud parla di “realtà psichica” (psychische Realität). Abbandonata la teoria della “seduzione” nell'infanzia, e quella del trauma infantile nell'eziopatogenesi delle nevrosi, Freud riconosce una “realtà” alle fantasie, e scrive nelle Vorlesungen : “non ci è stato dato ancora di constatare una differenza, per quanto riguarda gli effetti, a seconda