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L'agire, dapprima inteso restrittivamente come resistenza (all'emersione di un ricordo, a passare ad una dimensione di parole nell'analisi, a passare dagli atti ai vissuti psichici), è stato progressivamente rivisto. In particolare, in occasione del congresso di Copenaghen , è stato sottolineato dalla Kestenberg e dalla Greenacre il significato genetico dell'agire, che è preparatorio e concomitante all'espressione verbale: “l'agire sembra essere una pietra miliare naturale dell'individuazione e del conseguimento della separazione…”, dice la Greenacre, la quale paragona le associazioni all'attività “a casaccio” del bambino.
Raccogliendo quest'ipotesi, ci siamo chiesti come si correli nella nostra situazione di psicoanalisti l'agire con l'interpretare, ove l'interpretare è il più alto momento di simbolizzazione conseguito dall'analista.
Abbiamo considerato un primo caso clinico, nel quale l'agire era espresso dal mantenimento o meno di un setting ordinato, quanto all'orario e al ritmo settimanale delle sedute. Quest'esperienza analitica si svolgeva su due piani: l'uno verbalizzabile ed interpretabile dai partners, l'altro più profondo. Al livello sottogiacente turbinava una distruttività primaria che l'analizzanda non poteva percepire e che l'analista poteva contenere a fatica. Il rapporto si svolgeva in un'area di agire e controagire, rappresentata dal fatto che l'analista consentiva con una certa elasticità a variazioni di appuntamento. Quando l'analista, attraverso la propria sofferenza maturativa, è arrivato a difendere la stabilità d'orario e di ritmi, la distruttività della paziente è emersa in piena evidenza, con ritorsioni e minacce di interrompere l'analisi. Questa fermezza dell'analista (che pure segue modalità di contro-agire) rappresenta probabilmente anche una contrazione con prospettive