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Il gruppo di lavoro contava circa quindici persone.
Nella prima parte del seminario si è discusso il problema dell'acting e della sua interpretazione. La dott.ssa Manfredi ha aperto la discussione con un breve commento introduttivo all'acting, differenziandolo in out e in, in relazione al setting e al transfert. Si è poi partiti dalla definizione che Freud ha dato di acting come espressione di fantasie inconsce attraverso un comportamento che va al di là delle metafore verbali e comporta la messa in funzione di attività muscolare. Dal concetto freudiano di acting si è passati ad una sua estensione che implica anche attività dei muscoli della formazione con espressioni quindi linguistiche e paralinguistiche fino ad includere nel concetto di acting tutte quelle manifestazioni che veicolano elementi beta in termini bioniani, cioè elementi che non hanno raggiunto la funzione alfa (pensiero).
a) Interpretazione dell'acting: il gruppo è partito dalla ipotesi che l'acting non sia necessariamente una manifestazione negativa della relazione transferale e che può anche non essere interpretato immediatamente. Una interpretazione immediata potrebbe infatti bloccare la comunicazione intrinseca all'acting e impedire il rilevarsi sotto forma di metafore verbali di quelle fantasie inconsce che sottendono l'acting e che rappresentano il momento privilegiato per l'interpretazione.
Successivamente il gruppo ha posto il problema della realtà esterna e del rilievo che questa può avere nella interpretazione dell'acting. Ci siamo trovati tutti d'accordo sulla necessità di negare, in una certa misura, la realtà esterna per poter ricondurre la comunicazione del paziente alla realtà interna che opera nella relazione