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Nella ormai ampia letteratura psicoanalitica l'acting out (a.o.) ha di solito le caratteristiche di resistenza, di opposizione alla memorizzazione. Come ha fatto notare A. Freud, esso fa parte di quei concetti originati in una particolare era della teoria analitica e con un particolare campo di applicazione clinica ad un particolare stadio dei procedimenti tecnici. In quella fase storica la proporzione fra il recupero del passato mediante le libere associazioni o la interpretazione onirica ed il recupero del passato mediante il comportamento transferale (rivivere, ripetere ed a.o.) erano alla pari, con questi ultimi che prevalevano nei periodi di resistenza. Questo equilibrio fu alterato dai successivi cambiamenti teorici con l'importanza prevalente degli eventi preedipici e dell'istinto aggressivo e dall'estendersi delle applicazioni della terapia analitica. La successiva chiarificazione ed elaborazione del concetto non ha modificato le formulazioni di Freud, anche quando l'approfondimento teorico e la sua estensione (che, come fa notare Rexford, è avvenuta verso gli impulsi rimossi, verso lo stabilirsi della situazione analitica iniziale, verso la regressione, il transfert emergente, l'insight, il W. Th., la fase terminale dell'analisi) sembravano renderlo opportuno.
Infatti forse nessuna sindrome o fenomeno clinico è stata soggetta a così intensa proliferazione risultandone (Rangell) “un potpourri con mancanza di limiti, di definizione teorica, di consistenza”.
Inoltre il termine a.o. si riferisce ad azioni concrete e particolari, isolabili solo in quanto dietro di loro costruiamo un processo latente di cui noi possediamo un modello. In conclusione l'a.o. è un