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In una prospettiva psicoanalitica, l'aspetto più significativo dell'ascolto è propriamente discernibile allorquando si dischiudono orizzonti conoscitivi senza alcuna forzatura “frontale”, per così dire, ma soltanto in rapporto alla disponibilità ad ascoltare integralmente, come se il nostro stesso andare a tentoni senza sapere niente, ma sostenuti dalla capacità di ascoltare, quasi auscultare qualcosa di opaco che “sembra” non significare niente, sia proprio ciò che — procedendo — costruisce la strada e che risale la china della incombente degradazione dell'assetto nevrotico. Come se questa “sincerità” di sforzo fosse appunto lo strumento che consente di andare da un significato all'altro — di scoperta in scoperta — dove prima non c'erano che itinerari futili e messaggi rumorosi privi di senso.
In uno dei suoi più recenti contributi Ricoeur osserva: “Ho incontrato il problema del simbolo nello studio semantico che ho dedicato alla rivelazione del male. Ho potuto osservare che non esiste alcun discorso diretto sulla manifestazione del male, ma che il male — il male subito o il male commesso — è sempre confessato per mezzo di espressioni indirette mutuate dalla sfera dell'esperienza quotidiana” (1). E tali “espressioni indirette”, a nostro avviso, sono rilevabili soltanto nella esperienza più integrale dell'ascolto. Nel pensiero di Ricoeur, ciò che più si evidenzia non è la fecondità di una particolare classe simbolica, ma la natura stessa del simbolo che