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Una evenienza che si può incontrare nel corso della esperienza clinica è quella di una reazione controtrasferenziale che possa frenare il lavoro analitico con un paziente. In questi casi, se ci si ferma a
pensare l'insieme dei propri pazienti, può accadere che ci si accorga che quel paziente ha necessariamente diretto su di lui una attenzione particolare rispetto a tutti gli altri. Eppure gli altri hanno continuato ad esistere entro di noi. Si sa altresì che la via da percorrere in questi casi è quella di una più decisa insistenza su un lavoro autoanalitico, che riesca a dissociare questo contro-transfert “eccessivo” o “patologico” da quel contro-transfert “normale”, che altro non è se non la risposta emozionale inconscia ineliminabile agli elementi che danno origine al gioco vivente della relazione analitica. In questi momenti di più vibrata risonanza controtrasferenziale il mio lavoro di autoanalisi mi ha permesso di dirigere l'attenzione alla messa in moto di una reazione inconscia che può permettere di evidenziare l'insieme dei pazienti come “oggetto interno”. L'estensione di questa reazione controtrasferenziale mi ha allora indotto a tentare di capovolgere la tendenza a questa possibilità di intoppo del pensiero analitico, utilizzando in maniera particolare questo oggetto interno agglomerato e composito. Ciò mediante operazioni di pensiero possibili se ci si rifà per l'appunto ai modelli attivabili dalle caratteristiche funzionali e dinamiche degli insiemi (contrapposti a quelle della coppia) (1).
Per trasmettere più efficacemente in questa comunicazione il concetto di “insieme di pazienti come oggetto interno”, ho pensato di fare riferimento ad una immagine. Essendo il sogno la forma più impressiva ed usuale per noi di un pensiero per immagini, ho pensato di riferire le immagini di un mio sogno.
E, ancora una volta, ripeterei: è esperienza comune che una manifestazione di contro-transfert eccessivo induca a so