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Tenendo presente l'avviso che mette in guardia contro la “finzione di individuare strutture definitive di pensiero, perché il linguaggio che pretende di fondarle è quello stesso i cui inganni le strutture vorrebbero smascherare”, quelle che seguono sono soltanto dis-vagazioni su un tema le cui difficoltà sono preannunciate già nell'ambiguità di formulazione del titolo.
Il paziente è assente solo quando è assente? O può essere assente anche se presente e presente anche se assente? Ed è presente un paziente che è presente? Ancora, ci si riferisce alla assenza concreta del paziente dall'analista, reciproca esperienza di parziale deprivazione sensoriale, od alla “assenza” in astratto che può intervenire nel corso del rapporto analitico?
Queste domande, che sembrano giochi di parole, intendono proporre con immediatezza i problemi insiti nella coppia di opposti presenza-assenza. Heidegger, Sartre, Derrida, Blanchot e Lacan, per citarne solo alcuni, hanno affrontato questo argomento, ognuno alla luce delle proprie convinzioni: parlarne in questo contesto presupporrebbe la “presenza”, almeno per ora assente, di un approfondimento delle loro opere.
“Assenza” è parola ricca di ridondanza, da cui possono irradiarsi numerosi semi di meditazione, quali ad esempio l'inafferrabile, l'incomprensibile, l'inattingibile, il vuoto…, da cui ancora nuovi ventagli di pensiero, e così via.
AB-SUM è antonimo di AD-SUM, non di SUM il cui antonimo è NON SUM. I primi due termini (Sono lontano - Sono vicino) esprimono una evidente condizione relazionale che nei secondi (SONO-NON SONO) può essere ipotizzata.
Sorge a questo punto la domanda: può l'assenza essere una qualità dell'oggetto-paziente o dell'oggetto-analista? O non piuttosto espressione di un allontanamento in atto che li riguarda entrambi, sostenuto dalla collusione delle loro omologie complementari? L'analista può tutt'al più affermare: “eravamo assenti”, oppure “c'era un'assenza”. Ma nel momento in cui constata, nel presente, l'assenz