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L'esigenza di questo breve commento all'articolo di A. Vergine, apparso sul n. 2-1978 della nostra Rivista, è stata determinata dall'interesse per l'interrogativo cui l'Autore si proponeva di rispondere (“Qual è l'operazione di osmosi che in quel momento, mentre l'analista parla o non parla, si sta verificando nella coppia terapeutica?”) e le notevoli perplessità suscitate dal tipo di risposte fornite.
Ritengo che il carattere di scientificità che rivendichiamo per il nostro operare ci debba costringere ad un rigore metodologico e ad una costante verifica delle ipotesi che in esso veniamo formulando. Se scienza è, cito il Devoto-Oli, “conoscenza di cause e leggi ed effetti e fini, che si cerca di raggiungere con lo studio e l'esperienza, in un determinato complesso ordine di fatti e fenomeni della storia o dello spirito umano o delle relazioni sociali o della natura”, non possiamo consentirci, in sede di elaborazione teorica, l'uso di concetti ambigui o intimamente contraddicenti la struttura di base della relazione analitica. Quando cioè operiamo a livello di processo secondario non possiamo eludere il principio di non-contraddizione. L'articolo in questione mi sembra che sia appunto incorso ripetutamente in errori concettuali di questo tipo, come ora cercherò brevemente di mostrare.
A pagina 295 del citato lavoro l'Autore passa in rassegna la più recente letteratura psicoanalitica evidenziando come in essa si