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Principi introduttivi alla psicoanalisi di Antonio Imbasciati è scritto soprattutto per studenti o, se vogliamo, per chi vuole avvicinarsi alla psicoanalisi. Un certo squilibrio tra le parti (capitoli scritti con largo respiro che si alternano a capitoli in qualche modo sommari) denuncia che l'impianto dell'opera è costituito da lezioni universitarie. Non ci troviamo però di fronte né a un testo nozionistico, come se ne stampano molti, né a un approccio storico o teorico e neppure a uno scritto sistematico. Per un certo aspetto il lavoro di Imbasciati rappresenta piuttosto un serio tentativo di superare il fatto che l'apprendimento della psicoanalisi non può limitarsi a una operazione meramente intellettuale.
L'insegnamento della psicoanalisi nell'Università sarà utilissimo, scriveva Freud nel 1918, con l'ottimismo che gli veniva dal non poter prevedere le degenerazioni dello “psicanalismo”. Ma subito aggiungeva che, con metodi diversi dall'analisi personale, lo studente “non imparerà mai la psicoanalisi vera e propria”. Imbasciati non ignora il problema, anzi sembra proprio assumerlo ad oggetto del suo sforzo didattico, in un modo particolare peraltro, che consiste nella disamina delle aspettative onnipotenti e illusorie; attraverso questa operazione mostra la mappa e gli itinerari del lavoro da percorrere.
I primi tre capitoli, e poi via via altri paragrafi nei capitoli che seguono, sono intesi a sensibilizzare chi legge all'esistenza e alla autentica pregnanza dei fenomeni inconsci, nella vita mentale e in tutto il comportamento umano. Imbasciati non è interessato a rispiegare quanto ormai della psicoanalisi è entrato, non di rado in maniera pervertita, nella sottocultura; è interessato a mostrare le diverse facce del nucleo centrale e cioè il fatto che ogni condotta può rivelarsi di copertura e ogni ragionamento, anche il più sincero e coerente, può essere sotteso da scopi impensabili. L'attenzione del lettore è portata su quella che Reik chiamerebbe “il terzo ore