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Ci fu un periodo, nei mesi scorsi (proprio mentre, invitata dagli amici di Bologna ad andare da loro per uno dei loro incontri scientifici, cercavo di riordinare dentro di me alcune cose a cui stavo pensando, per potergli dare una forma che avesse senso e fosse comunicabile), in cui quasi ogni giorno, e diversamente da quanto mi accade abitualmente, mi trovavo a sentire l'urgenza di annotarmi brevemente delle situazioni cliniche su cui ulteriormente riflettere. E poi in breve tempo mi accorsi di cosa mi era rimasto nella rete: dal mio taccuino soffiava un vento infanticida. Sembrava che quasi ogni giorno, in molti dei miei pazienti (in particolare, quelli in stadi avanzati dell'analisi), un crudele Caino che aveva fino allora sonnecchiato, avesse improvvisamente e impietosamente preteso di essere preso in seria considerazione.
Diventai più vigilante, ed ebbi allora modo di registrare in me correnti opposte di emozioni: per esempio, mentre un giorno ascoltavo una paziente che mi raccontava un sogno contenente elementi di questo tipo, che mi comunicavano un senso di dolore e di orrore, mi accorsi anche di provare per qualche attimo come un senso di gioia creativa che mi faceva pensare: “ecco! questo è il sogno con cui inizierò il lavoro!”.
Era il martedì 31 ottobre: la paziente A., una donna non più giovane, nubile, presentante una struttura profondamente perversa, che come “la