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Dell'edizione inglese di Work, Creativity, Social Justice di Elliot Jaques, quando uscì presso Heinemann nel '70, in questa stessa rivista, apparve una interessante recensione di Sergio Bordi (Rivista di Psicoanalisi, 1972 fascic. unico). Se ora riprendo l'argomento, approfittando della traduzione curata da Luigi Pagliarani per Boringhieri, non è solo per ricordare alcuni brevi saggi degni di meditazione con Morte e crisi di mezza età (Cap. III), ma è soprattutto per un aspetto metodologico importante, eppure non sufficientemente difeso, tipico della ricerca di Jaques, cosi come me lo ha fatto recentemente notare Laura Frontori. Si tratta di un motivo conduttore che serve a mettere a fuoco i cardini della metodologia di Jaques e quindi certi aspetti della sua ideologia. Parlo della prescrizione e di tutti quei problemi che circolano intorno ad essa e che, dal titolo bioniano del Settimo Capitolo di questo stesso volume, potremmo chiamare “apprendere dall'incertezza”.
Per definire il concetto di “prescrizione” occorre risalire a quanto E. Jaques dice delle due componenti principali del lavoro: quella prescrittiva, costituita dalle norme stabilite, dai criteri sanciti di funzionamento, dalle risorse disponibili, da tutto ciò che è già noto; quella discrezionale, che comprende tutti quegli aspetti del lavoro in cui si devono esercitare la scelta e la decisione.
Lo sforzo psichico che il lavoro comporta è connesso alla componente discrezionale perché è ad essa che si collega il peso della responsabilità decisionale. La prescrizione è un “limite intorno al lavoro”, in quanto stabilisce le regole, le linee di condotta, il metodo, le procedure a cui attenersi, nell'attuazione delle proprie decisioni