You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Dice C. (una paziente di 30 anni, da due anni in trattamento) “penso che gli anni fra i 30 e i 35 dovrebbero raddoppiarsi perché sono gli anni più importanti della vita… per me saranno presumibilmente gli anni dell'analisi… il mio terrore è di arrivare a sessanta e accorgermi esterrefatta che è stata un'occasione perduta… il fatto è che io qui devo combattere contro la tentazione di adagiarmi su questo divano come in una culla… lasciarmi andare a questo ritmo, a queste cose che passano su di me come passano le stagioni”.
E un'altra paziente, G. (all'inizio dell'analisi): “dentro questa stanza mi sento come in uno spazio dalle pareti ameboidi… cose inquietanti che vengono da non so dove e non so dove vadano a finire… questa sensazione di essere incastrata, incasellata… un numero fra tanti altri… un tempo e uno spazio troppo decisi, quasi un'istituzione soffocante… ho paura che il tempo si fermi qui”.
E un altro paziente: “qui è tutto come una caricatura… il ritmo delle sedute, i tempi fissi… potrebbe essere un tempio ove si va a venerare un Budda che non è necessario che parli… In fondo tutto può sfociare in una vita sotterranea parallela alla vera vita e le due vite potrebbero non toccarsi mai… un tempo e uno spazio che si reggano da soli… basta assuefarsi all'idea, al ritmo. A volte penso che l'analista potrebbe essere morto e uno continua a venire e non fa differenza”.
E un altro paziente: “mi è venuta l'idea di chiederle se non sarebbe molto più logico concentrare di più le sedute… moltissime sedute alla settimana e ridurre tutto in pochi mesi. Perché questa discontinuità, questa frammentazione del tempo?”.