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Qualche parola, per cominciare…
Lo psicoanalista è preparato a che gli si rivolga una domanda di aiuto terapeutico. Poco importa che la sofferenza che sottende questa domanda sia costituita da dei sintomi nevrotici ben precisi o da un vago malessere esistenziale. La risposta dello psicoanalista si strutturerà come un compromesso, più o meno riuscito, tra il desiderio di alleviare e di guarire e la necessità di diffidare di questo stesso desiderio. Se egli è certo sostenuto da degli intenti meta-pragmatici, ha anche come scopo di essere appunto indipendente dal suo proprio ideale.
Un altro tipo di domanda alla quale egli è eventualmente preparato, è quella dell'analisi detta di formazione. Qui due ambiguità possono farsi strada: dal lato dell'analizzato la convinzione di essere malato quanto basti e niente di più per essere suscettibile di una formazione e dal lato dell'analista l'accettazione di uno pseudo-desiderio di guarire. In tutti i modi la domanda di aiuto terapeutico o la domanda detta formativa, intesa come trasmissione della capacità curatrice, fanno parte della tradizione medica, il che contribuisce a ridurre l'esitazione o l'ansietà possibili dell'analista stesso.
Al contrario, un terzo tipo di domanda non può che lasciare perplesso l'analista. La domanda cioè per una analisi che non avrebbe come scopo che l'autoconoscenza ed il vissuto di questa stessa esperienza. Una domanda che potrebbe configurarsi in primo luogo come anti-terapeutica e che sfocia invece spesso nello sforzo di scoprire una