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La scelta di questo tema da me proposto: “Il non comunicato in psicoanalisi”, nasceva da un mio interesse vivo da qualche tempo per discorsi non fatti e non ascoltati, per cose non viste e non adoperate, per capacità o incapacità mai verificate, alimentato dalla richiesta sempre più frequente che mi sento rivolgere nelle consultazioni, quasi una richiesta di giustizia verso porzioni di sé maltrattate e costrette cui non è stato riservato spazio né prestato ascolto. Una paziente mi diceva tempo fa con un misto di rammarico, di curiosità e di trionfo come anche volendomi parlare di tutte sé stessa, ove non ci fossero limiti di tempo, mai potrebbe rappresentarmi infinite cose sia pure usuali e fuori del conflitto, perché tagliate via dal bisturi del discorso. Non mi importa qui vedere come a tali rappresentazioni possano, per quella tale paziente, annodarsene cento altre relative all'area conflittuale e a quella resistenziale. Certo era vero anche il suo discorso esplicito: e infatti il nostro stesso apparato mentale è fatto in modo da funzionare in base a una selezione inevitabile che avvia processi e rappresentazioni grazie alla rinuncia di mille altri possibili.
Mi accingo a scrivere questi appunti della esperienza effettuata nel primo anno di discussione in gruppi sul “non comunicato in psicoanalisi” precocemente, sotto certi aspetti. Precocemente perché