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La stesura di questo lavoro è stata stimolata dallo studio, svolto insieme ad un gruppo di colleghi, di una particolare alterazione della relazione psicoanalitica. Col termine di “perversione del transfert” si era in un primo tempo designata una situazione non rara nella cura di pazienti nevrotici, caratteriali, borderline e non necessariamente perversi. Questo fenomeno si è andato definendo come un momento in cui il paziente persegue un fine divergente da quello della cura, mettendo in scacco il lavoro analitico, vanificando gli sforzi dell'analista, traendo da questo suo “successo” un certo piacere, che ha suggerito appunto ad alcuni di noi il termine di perverso.
È apparso pure nella nostra discussione come fosse in gioco non soltanto, o forse non tanto il transfert del paziente, quanto il contro-transfert dell'analista che, sollecitato da una particolare qualità provocatoria e, o seduttiva della relazione col paziente, si lascierebbe coinvolgere e finirebbe sia pure momentaneamente, per colludere con lui.
Sono stati evocati a questo proposito numerosi esempi di controtransfert, in cui il rigetto del paziente da parte dell'analista prendeva la forma di un'invincibile sonnolenza, di noia esagerata, di acting in tendente ad abbreviare la seduta, ecc.
E sembrato anche ad alcuni di noi che in definitiva il “transfert perverso” non sia altro che una forma di resistenza del paziente, alla