You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Non è mia intenzione riferire del Congresso di New York nel dettaglio dei lavori presentati alla discussione, tanto più che i molti saggi e conferenze verranno resi noti attraverso la documentazione delle riviste.
Vorrei invece verificare ed avere uno scambio su delle riflessioni del tutto personali che ho tratto dagli stimoli ricevuti dai lavori ascoltati, da affermazioni sentite in alcuni panels a cui ho partecipato, dagli umori generici dell'amosfera.
I miei ripensamenti sono certamente incompleti, alcuni di essi appena abbozzati, ma possono forse servire da spunto per un confronto ed una elaborazione ulteriore.
Mi sembra che uno dei motivi di difficoltà a discutere di problemi clinici tra un certo e vasto filone della scuola americana (mi riferisco alla Jacobson, Mahler, Kohut, Kernherg, Searles) ed un altro indirizzo psicoanalitico, a cui molti italiani aderiscono, sia dovuto ad una diversa sistemazione di base, che porta ad un approccio differente del paziente.
Si parla di restaurazione: restaurazione del self per gli americani (1), restaurazione dell'oggetto per quegli psicoanalisti, che con maggior o minor aderenza seguono l'indirizzo kleiniano. I due modi di approccio portano comunque allo stesso risultato, perché restaurando il self si restaura l'oggetto e viceversa.