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Ci sono molti che non amano la divulgazione o addirittura la sdegnano, negandone l'importanza scientifica e la funzione sociale. Questo atteggiamento è abbastanza diffuso tra gli psicoanalisti che considerano la loro dottrina non adatta per natura sua a questo tipo di operazione culturale, a causa del rischio di deformazione, sia nel processo di trasmissione, particolarmente difficile, sia in quello di ricezione, su cui possono influire tutti quei meccanismi di difesa che proprio la psicoanalisi ha studiato. Freud, quando qualche suo discepolo gli diceva di aver trovato un metodo per presentare la psicoanalisi senza provocare ostilità — il primo fu Jung — si dimostrava freddamente scettico: la pacificazione non si poteva realizzare, secondo lui, senza sacrificare alcune delle parti più importanti e la “psicoanalisi senza lacrime” avrebbe segnato sempre “il principio della fine di una rigorosa coerenza”.
Confinante con questa preoccupazione c'è il senso antico degli psicoanalisti di doversi difendere con l'isolamento in un ambiente tradizionalmente ostile. Questo senso permane tra noi, oggi che la psicoanalisi è minacciata da un pericolo ben più grave dell'ostilità della cultura dominante, pericolo rappresentato dal fatto che è diventata una moda culturale in una società, come dice Borges, dove i mezzi di comunicazione sono diventati più importanti di quello che si comunica.
Ma tutti questi diffidenti dimenticano che ogni conoscenza, ed in particolare quelle che si occupano della mente dell'uomo e del suo comportamento sessuale, è soggetta oggi ad un processo di divulgazione che chiamerei spontanea. Ebbene, questa divulgazione “spontanea” agisce fondamentalmente in modo repressivo e livellante e tende ad instaurare uno psicologismo che investe non solo il linguaggio, ma anche i modi di relazione dell'uomo della strada. Stiamo appunto assistendo ad un gigantesco processo di riduzione che, vanificando gli sforzi più sinceri per la socializzazione della conoscenza, diffon