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Il tempo ha fatto giustizia della riluttanza ad ammettere quanto spesso, nel corso del lavoro analitico, si verificano episodi di percezione extrasensoriale (ESP). Trent'anni dopo le prime osservazioni di Freud, Hollos (1933) faceva ancora scalpore quando, parafrasando il maestro, intitolava “Psicopatologia dei fenomeni telepatici quotidiani” un lavoro in cui riportava circa cinquecento episodi occorsigli in venti anni di pratica. Ci sono voluti, da allora, altri due decenni prima che, per merito di pionieri quali Hitschmann (1923), Deutsch (1926), Róheim (1932), , Hann-Kende (1933) e Servadio (1935) si giungesse, non senza controversie, all'ammissione generale (almeno nell'ambiente psicoanalitico) della reale esistenza del fenomeno.
Dopo la seconda guerra mondiale poi, con i lavori d; Ehrenwald (1942 e seguenti), Eisenbud (1947 e seguenti), Fodor (1942 e seguenti), Pederson-Krag (1947), Ullman (1949 e seguenti), Gillespie (1953), Rubin (1953) e i numerosissimi contributi di Servadio (estesamente riportati nella completa bibliografia di Calvesi), si è andata progressivamente affermando la consapevolezza che i fenomeni ESP fanno abitualmente parte del materiale analitico e possono essere praticamente utilizzati nell'ambito delle finalità terapeutiche, purché correttamente