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“La data di nascita della psicoanalisi coincide con la data di nascita del cinema, e ciò non può essere un fatto soltanto casuale”, dice Piero Bellanova nella sua introduzione al volume di Giana Giuliani “Le strisce interiori, Cinema Italiano e Psicoanalisi”. Ed è lecito pensare — aggiunge — “che certi dinamismi psichici e socio-culturali facciano maturare contemporaneamente scoperte che, anche se non hanno apparentemente nulla in comune, possono esprimere esperienze e linguaggi quanto meno analoghi”.
Tanto più che se è vero che ogni forma d'arte ha sempre inconsapevolmente utilizzato il processo primario (è noto che Freud amava dire di riconoscere non negli scienziati, ma negli artisti i suoi autentici precursori) tuttavia nessuna arte come il cinema può esprimersi così direttamente con la libertà delle immagini e delle associazioni e con l'assenza dei limiti di spazio e di tempo che sono i meccanismi stessi del sogno e dei livelli inconsci.
Non per questo, però, si deve credere che il rapporto tra cinema e psicoanalisi sia in alcun modo facilitato. Sappiamo, anzi, che fin dal 1925, quando Samuel Goldwin (il produttore cinematografico della poi celebre M.G.M.) offrì grandiosamente a Freud un assegno di 100.000 dollari per una collaborazione ed una consulenza ad una serie di film d'amore, il padre della psicoanalisi e della teoria della libido ne fu divertito, ma non volle neppure incontrarsi con il produttore. (E pare che questo rifiuto suscitò in America più scalpore che non la pubblicazione di tutte le sue opere!).