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Di questo trattato di psichiatria, in realtà la recensione non dovrebbe interessare in modo particolare questa rivista, poiché la trattazione non è prevalentemente psicoanalitica. C'è un motivo per cui
ho desiderato recensirlo qui, ed è l'uso singolare, almeno mi pare, della parola e del concetto di setting.
Gli autori vogliono dare una panoramica della psichiatria descrittiva classica, degli approcci psicoanalitici, degli interventi di gruppo, degli approcci sistematici, e delle impostazioni psico-sociali.
Fin qui tutto bene,; l'eclettismo è, in una trattazione del tipo manualistico, accettabile e, sotto certi aspetti, doveroso.
Ma quello che lascia perplessi, è il modo di impostazione dato dagli autori, e soprattutto la titolazione delle parti: setting monadico, per la psichiatria descrittiva classica, per Kraepelin, direi; setting diadico per l'approccio psicoanalitico; setting multiplo per i gruppi; setting di sistema per gli approcci sistematici; setting sociale per le impostazioni psico-sociali e satelliti vari (politici, assistenziali, tecnico-sanitari).
Sono il primo e l'ultimo che lasciano perplessi: perché setting? Evidentemente bisogna partire dalla definizione degli autori. Se ho ben capito, il setting è lo spazio operativo, il punto di vista con cui si affronta l'universo psichico. Per gli autori, l'impostazione psicopatologica e nosologica classica, può essere definita “setting monadico” in quanto l'operatore si pone in una situazione di oggettività:
come il medico, se abbiamo capito bene, di fronte alla broncopolmonite.
Nell'ultimo tipo di situazione, il termine setting sociale si giustifica perché ci si pone come osservatori alla società intera, come grandi voyeurs della situazione nel senso più globale possibile.
Dunque criterio, metodo, impostazione forse, non setting. Oppure si? Oh, questa parola, così utile a far diventare vaghe le cose, così estensibile ed indefinita, termine magico per indicare ogni cosa! Anche per noi analisti intendiamoci: chi è s