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Proporre un discorso sulla memoria in seno alla relazione analitica presuppone a mio avviso sospendere, per poi riprenderlo, l'usuale approccio alla memoria. Essa sin dagli inizi è stata tanto implicata nella teoresi e nella prassi psicoanalitica. Il paziente per eccellenza con cui nasce la psicoanalisi, quello degli studi sull'isteria, che Freud dice soffrire di reminiscenze o forse meglio di mancanza di reminiscenza, ha infatti inaugurato un certo discorso, che si è certamente enormemente esteso, approfondito, complicato, ma che in definitiva può essere descritto come un discorso su una memoria bloccata in sé stessa, ad esempio nel falso ricordo; o ancora nel sintomo, o nel transfert, o nell'agire, a cui ridare integra nuovamente la sua capacità rappresentativa originaria, una capacità rappresentativa relativa ad eventi, fatti, realtà, verità, implicati nella nascita della nevrosi.
Spostarsi da questa ottica centrata sul paziente o su realtà fattuali, a cui dare attributo di verità da rappresentare, ad un'ottica che investa di attenzione il campo relazionale analista-analizzato, porta come inevitabile conseguenza lo spostamento della riflessione verso uno sforzo di individuazione di funzioni psichiche che dovrebbero caratterizzare la “mente” di questa coppia. L'imbarazzo nasce relativamente alla funzione “memoria” che la coppia non potrebbe possedere agli inizi se non come potenzialità. Si può indovinare la conseguenza di questa situazione. Essa appare orientare il funzionamento della mente analitica secondo una condizione di squilibrio funzionale tutto ad apparente vantaggio del funzionamento psichico dell'analizzato,