You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Ogni analista dovrebbe domandarsi quale particolare configurazione di impulsi, difese, attitudini ed occasioni lo condusse alla scelta della sua professione esiste infatti per ciascuno di noi “una particolare identità psicoanalitica” che diviene la pietra fondamentale dell'esistenza dell'analista come uomo, come professionista e come cittadino: da questo invito di Erikson3 vorrei lasciarmi sospingere a ripercorrere il cammino che da una patologica vocazione a curare può portare all'acquisizione di una vera (nel senso del vero Sé di Winnicot) identità psicoanalitica che, proprio da quella patologia, da quella lontana origine, dal male e dalla sofferenza e dalla inautenticità di un tempo, tragga il suo genuino valore ed una peculiare potenzialità. Inoltre, se è vero che l'identità professionale, uno degli aspetti dell'identità totale, dipende dal posto che l'attività professionale occupa nella vita dell'individuo 6, è anche vero che particolari vicende infantili, pur producendo un'iniziale ferita narcisistica, se adeguatamente analizzate, possono contribuire ad assegnare alla nostra attività, un significato, un'importanza e un rilievo del tutto singolari.
Mi riferisco ad un tipo di relazione con i genitori, e soprattutto con la madre, in cui sia stato frustrato, in misura maggiore o minore, il naturale bisogno dei bambino di contenimento, sostegno, approvazione empatica, rispetto della propria intimità, e in cui al contrario il bambino sia stato utilizzato come protesi, supporto e conferma del narcisismo del genitore. Quando infatti è la madre, al di là delle