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Alla fine dei suoi seminari romani del '77, Bion paragonò il destino del suo contributo alla caduta da un albero di una foglia di cui non si sa mai su quale lato atterrerà… Tuttavia sappiamo che Bion teneva più che i suoi scritti ed i suoi seminati producessero pensieri psicoanalitici piuttosto che interpreti “fedeli” del suo stesso pensiero. Pensiero che è espresso attraverso un discorso, il cui stile, se poco permette un fine lavoro esegetico sul testo, molto stimola, invece, a pensare. Diversissimo dal modo di scrivere di Freud, tuttavia proprio in questo vi si avvicina, percorso, Bion, da un'ombra di oscurità problematicizzante, atta a lasciare sempre aperto il discorso, pervaso Freud, attraverso il tempo, dalla ripresa e riformulazione delle idee, che ripetendosi in guise difficilmente identiche a se stesse, ugualmente offrono spazi plurimi alla creatività.
Confortato da questo suo intendimento, non vedo miglior modo di ricordare Bion che quello di dichiarare come si crede di avere attinto a lui. Il che coincide col cercare di dar conto della specificità di Bion così come io l'ho intesa. Così nell'accingermi a riassumere i temi su cui ho meditato e scritto, ma soprattutto - indirettamente - i modi che informano il mio lavoro di ricerca analitica con i pazienti, mi sono risovvenuto a pensare all'apporto di Bion come a qualcosa di rivoluzionario: egli non mi pare che abbia, come egli stesso ha scritto, aggiunto tanto capitoli nuovi alla psicoanalisi come teoria