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La scena che si schiude da una pagina creativa può indurre a considerazioni, risvegliare partecipazione e intuizioni, sollecitare a un accostamento psicoanalitico.
La scena allora si schiude su un'esperienza dell'analista-lettore, “consonante” con quella lontana di un momento della vita interna di un lontano artista, portato, — sul filo di una pericolosa vicinanza ai (suoi) processi primari (Freud, 1905) — a farsene una complessa, sofisticata, e pur viva e ammaliante espressione e rappresentazione polisensoriale e verbale. Portato anche, molto più spesso di quanto si possa pensare, a convogliare, nelle sue stabili fantasie, la rappresentazione del se stesso creativo, “scrittore”. Quasi fosse indotto, in quest'ultimo caso, ad attivare una particolare funzione inconscia, per scopi verosimilmente di natura narcisistica, in cui attrarre i suoi processi creativi e della quale dà la sensazione di avere come un'inconscia consapevolezza.
La scena, nella mente dell'artista cui sto per riferirmi (*), s'è accesa sulle immagini affluenti di un suo evento particolare, crudele, vissuto in una sua epoca precisa: una notte della sua giovinezza, durante la guerra partigiana del 1943-45, che martoriò e incrudelì la sua gente e la sua terra piemontese. Una notte di guerriglia perciò,