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Dopo esser stato soggetto per poeti e romanzieri, il travaglio oscuro che porta a passare “la linea d'ombra” fino a “riveder le stelle” solo recentemente è diventato oggetto di ricerca scientifica che, dopo le isolate investigazioni di Freud e di Jung e poi di Therese Benedek e Marie Langer, è stata intrapresa vent'anni or sono da Erik Erikson, uno psicanalista, e da Bernice Neugarten, un'antropologa, è esplosa nell'ultimo decennio fiorendo anche in volgarizzazioni giornalistiche, spesso di taglio autobiografico secondo la moda del tempo, e sembra ora trovare nel timbro apodittico di questi due titoli una prima conclusione; la previsione di Erikson che cominci il secolo dell'età adulta, dopo il secolo dell'infanzia e il quasi un secolo della gioventù, sembra avere una piccola conferma.
“Adulthood” e poi questa sottofase “mid-life” (il termine sembra sia stato coniato da Jacques), che qualcuno chiama addirittura “middlescence”, rimandano ad un punto di vista dello sviluppo, che ammette l'emergenza in diverse fasi del ciclo vitale di nuovi assetti interni e di nuove competenze così come di nuove organizzazioni biologiche; nuovi stadi dello sviluppo che, per usare le parole di Pearì King, ciascuno può incontrare in un modo salutare, che promuove vita o in un modo nevrotico, negatore di vita. Un punto di vista che contraddice l'enfasi quasi esclusiva sulle radici nell'infanzia del modo di confrontarsi con qualsiasi esperienza in ciascuna età della vita.