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Ho preso in esame un paziente al suo quarto anno di analisi come esempio di un uso particolarmente intenso dell'identificazione proiettiva e delle sue vicende in un momento della relazione analitica. I mezzi usati per la proiezione sono stati individuati nel linguaggio spesso scarno ed ambiguo che tende a confondere, nel silenzio che occupa gran paste delle sedute, nella dimenticanza in cui sembra perdersi ogni traccia del lavoro precedente. L'esperienza che in questo modo il paziente mi ha trasmesso, è stata quella di sentirsi senza appigli, ignorati e senza risorse di fronte ad un muto impenetrabile. La pervicacia e la persistenza con la quale è stata mantenuta questa posizione, nonostante che i paziente stesso se ne sentisse come annichilito, mi hanno fatto pensare alla “necessità” di farmi provare una simile dolorosa esperienza altrimenti incomunicabile e certamente vissuta come insostenibile.
Il lavoro analitico si è quindi articolato di volta in volta non solo su contenuto del materiale verbale ed onirico, ma anche e sopratutto sull'utilizzazione sia del contro transfert che della mia controidentificazione proiettiva che mi appariva, al momento, l'unico mezzo per accogliere in presa diretta le comunicazioni inconsce del paziente e prenderne insieme conoscenza.
Per illustrare le modalità e i risultati di questo processo di interazione riporto uno stralcio ripreso da una sequenza di sedute.
Dopo un lungo periodo di sedute dominate dal silenzio e dalla reticenza, il paziente mi porta improvvisamente un sogno: si trova in tram