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Il paziente di cui parlo è un giovane medico che nei primi anni d'analisi era molto turbolento.
“Agiva” continuamente: dal tentativo di portare doni o libri e giornali, al chiedere consigli e informazioni, fino agli insulti più velenosi; dallo sbattermi sul tavolino un assegno sempre pronto, allo sbattere la porta per addii definitivi, tirando calci contro muri e porte, fino a vere furie di rabbia e disperazione, in cui è capitato che si strappasse i vestiti di dosso, o spaccasse con i denti la penna stilografica, fino a sanguinare.
Questi comportamenti si accentuavano in prossimità delle vacanze, accompagnati spesso da minacce di suicidio, con descrizione di particolari truculenti.
Ovviamente il paziente non tollerava le interpretazioni: le rifiutava, le derideva, le correggeva. Ha alternato mesi di silenzio con un parlare senza interruzione.
In un tipo di situazione come questa, mi sentivo scoraggiata e tentata d'interrompere l'analisi, ma questo era il risultato che il paziente aveva sempre provocato nelle sue relazioni: o il rifiuto o il farsi sadicizzare. Sono rimasta nella mia situazione di disagio e sofferenza, permettendo al paziente di ritornare da me, dopo ogni scenata e interruzione, trovandomi sempre disponibile, non vendicativa né ricattante come vittima, secondo quanto avrebbe fatto lui nei suoi rapporti, tutti di stampo sadomasochistico.
Questo contenimento delle proiezioni ha permesso un progresso notevole, tanto che sono scomparse le rotture; e la rabbia e le