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A proposito del tempo del processo analitico vorrei fare qualche osservazione sulle difficoltà che può incontrare un paziente verso la fine di un'analisi e sul modo in cui le ho affrontate.
L'esempio riguarda un paziente in analisi da otto anni, che stava parlando di finire da circa un anno. Era sicuramente migliorato e ciò lo aveva indotto a chiedermi di fissare una data per terminare, cosa su cui fui d'accordo. A qualche mese dalla fine espresse molto intensamente un problema riguardo a ciò, lasciandomi intendere—senza chiederlo—che sarebbe stato opportuno rivedere la data del termine.
Si lamentava in quel periodo di un profondo malessere, anche se non ebbe alcun peggioramento, chè, anzi, utilizzava come mai non aveva fatto il lavoro dell'analisi per capire quel che gli accadeva nella sua vita.
Quando parlai nel gruppo della indecisione del paziente e dei miei dubbi circa il fatto che potesse finire, emersero alcune obiezioni del tipo: il procrastinare la data non porterebbe il paziente a idealizzare l'analisi, esagerandone l'importanza? Non gli impedirebbe di poter contare sulle proprie forze e su quel che ha avuto?
Il gruppo discusse animatamente la questione nei dettagli e—conoscendo il paziente—ci fu tra i colleghi accordo sul fatto che il paziente mi chiedeva tempo per rivedere alcune cose, sopratutto per riconoscere che cosa era suo e che cosa gli era stato dato.