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Sulla copertina di questo volume c'è una curiosa fotografia datata 1930: dal vortice di trine e merletti di una vaporosa sottogonna spuntano due rigide gambette, calzate da scarpette alte e attillate, ben strette da stringhe e nastri di seta. È un'immagine ambigua, che fa pensare ad una bambola vittoriana o ad una protesi ortopedica ingentilita dal gusto dell'epoca. Strana suggestione per un libro che tratta dell'identità e della sessualità femminile; sembra voglia evocare fantasie di “oggetto parziale”, di infantile e di meccanico, di antico e di artificiale.
Forse questa vecchia fotografia vuole rappresentare l'immagine femminile della tradizione e del passato, con i suoi aspetti inibiti e paralitici, mal celati dai veli dell'idealizzazione e dell'estetismo.
L'immagine di femminilità che propone Marie Langer, invece, è tutta proiettata nei futuro, in un'epoca che ella si figura non troppo lontana, in cui ogni donna possa vivere liberamente e felicemente tutti gli aspetti della sua identità: “soddisfazione di istinti materni, capacità di godimento sessuale e realizzazione di aspirazioni lavorative”.
Il volume si apre con una prefazione di Giorgio Sacerdoti (che è anche autore dell'accurata traduzione dallo spagnolo) in cui viene delineata la “cornice” storica e culturale in cui poter inquadrare la Langer e la sua opera.
Formatasi alla scuola psicoanalitica di Vienna, trasferitasi poi in Argentina a causa delle persecuzioni razziali e degli eventi bellici, è stata membro fondatore e poi Presidente per molti anni della Società Psicoanalitica di questo paese, nonché titolare della cattedra di Psicologia medica di Buenos Aires. Dal ‘74, uscita dalla Società Psicoanalitica Argentina, vive a Città del Messico, dove continua ad impegnarsi non solo nel campo della psicoterapia, ma anche in quello della formazione dei medici e degli operatori sociali.
Il libro è stato scritto e pubblicato nel 1951; ma, nell'intervista rilasciata appositamente per questa edizione italiana, l'autr