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Mi pare che possa avere un certo interesse ricordare gli incontri di Ulisse con l'oblio come sono stati tramandati da Omero. Nel nono canto dell'Odissea (i versi citati sono tratti dalla traduzione in prosa del Festa, 1926) Ulisse racconta, nella reggia ospitale di Alkinoo, come fosse approdato nel paese dei Lotofagi e come fosse stato costretto a portare a viva forza sulle navi i compagni che essendosi cibati di loto avevano dimenticato il ritorno.
Nel decimo canto racconta come fosse giunto all'isola Aiaie dove abitava “Circe incantatrice che infondeva nelle vivande tristi farmaci affinchè gli ospiti si dimenticassero affatto della patria”. La vicenda è risaputa, ma voglio far notare che quando Ulisse pregherà Circe di farlo partire per tornare in patria, questa acconsente ma lo avverte che prima dovrà andare nell'Ade ad interrogare il tebano Tiresia, quasi che la conoscenza e l'affrontamento sereno del futuro si debba accompagnare ad una ripresa vera ed obbiettiva del passato e di ciò che è morto. Circe gli insegna il rituale da seguire e gli raccomanda di impedire, a tutte le ombre che si avvicinassero, di bere il sangue dell'animale sacrificato prima che avesse bevuto Tiresia. Così farà Ulisse allontanando anche la madre; poi parlando con questa e con tanti altri personaggi prederà coscienza di storie passate e presenti, note ed ignote.
Tiresia, in questo poema, si oppone a Circe, la maga dell'oblio, in quanto sembra essere il depositano divino della memoria: egli ha memoria di tutto anche del futuro ed anche al di là della morte. Il poeta dice: “la sua mente è sempre intatta: giacchè a lui, anche morto, Persefone concesse il senno, che egli solo intendesse, mentre gli altri non sono che ombre vaganti”. Sembra che Tiresia possa rappresentare la memoria della storia e la memoria del gruppo che sola può animare le ombre del passato.