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Eravamo quattro o cinque in una stanza, in casa di Edoardo Weiss, quando fu fondata, nel 1932, quella che fu denominata — e ci sembrò denominazione pomposa — “Società psicoanalitica italiana”. Ma se i soci fondatori erano pochi, grandi erano le speranze, grandi le ambizioni. “Rivista italiana di psicoanalisi” — fu il titolo che demmo a un periodico che durò poco più di due anni, e che fu poi soppresso dal fascismo. “Biblioteca psicoanalitica internazionale” — serie italiana — fu l'arrogante titolo sotto il quale uscirono alcuni smilzi volumetti, primo tra i quali, a mia cura, “Il Mosè di Michelangelo” di Freud — uno dei tanti omaggi resi da Freud all'arte e al genio degli italiani. Nel 1936, addirittura un volume, a commentare l'ottantesimo compleanno del Maestro: “Saggi di psicoanalisi in onore di Sigmund Freud”. Ricordiamo i nomi degli autori, cari colleghi: erano sette in tutto: Edoardo Weiss, Cesare L. Musatti, Emilio Servadio, Nicola Perrotti, Giovanni Hirsch, Ladislao Kovacs, Raffaele Merloni. Ricordiamoli ai 20 colleghi che recentemente hanno potuto dedicare un solo numero della “Rivista di Psicoanalisi” alla memoria di un illustre psicoanalista inglese, Wilfred R. Bion. Ricordiamoli agli oltre 400 tra ordinari, associati e candidati che costituiscono oggi, dopo 50, anni la Società psicoanalitica italiana.
In un mio scritto di alcuni anni fa, e quando, in più di un'occasione, parlai a Trieste del mio maestro Edoardo Weiss, io ricordai le tappe principali di questo cammino, del faticoso cammino che gli psicoanalisti italiani hanno dovuto percorrere per giungere agli odierni traguardi. Ah, certo non ci si attendeva tutto questo, allorché ci si