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Signor presidente,
la psicologia è in genere sempre apparsa in passato una strana scienza: che sembrava in aperta contraddizione col concetto che del pensiero scientifico avevano le persone colte.
Sembrava infatti nel secolo scorso, ma anche in questo, quando lei ed io eravamo ragazzi, che la scienza dovesse consistere in una esatta descrizione della realtà, di tutta la realtà, così come essa — considerata dalle molteplici angolature da cui si poteva osservare — era; ed era per tutti.
Ciò che io osservo, descrivo, misuro ed illustro, deve poter essere osservato, descritto, misurato ed illustrato da ognuno.
Era in fondo la concezione che della scienza aveva avuto Galilei, quando diceva: “Signori, se non credete nelle macchie solari, in quanto ritenete che il sole, come oggetto puro e perfetto non possa presentare macchie, guardate attraverso il mio cannocchiale. Ciò che io vedo ed ho veduto, ognuno deve poter vedere”.
Per lo psicologo questo però non era possibile. La vita interiore posso osservarla in modo diretto, soltanto in me stesso. E nessun altro può vedere dentro di me.
Eppure nel secolo scorso tentativi per obbiettivizzare la loro scienza, gli psicologi ne hanno fatti. Così come hanno cercato di introdurre nella loro disciplina elementi quantitativi, metodi di misura, sembrando che anche questa della quantificazione, fosse una caratteristica indispensabile per ogni disciplina che aspirasse a presentarsi con vesti e dignità di scienza.