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Prenderò in considerazione il sintomo per il significato che viene ad assumere al di dentro della relazione analitica, senza entrare in merito al discorso degli elementi che ne determinano l'insorgenza ne di quelli che ne favoriscono la risoluzione. Non quindi il segno-sintomo in quanto manifestazione elementare di uno stato di malattia, ma piuttosto segno-indizio che indica la possibilità o la imminenza del manifestarsi di un fenomeno che, nel momento stesso che si mostra, implicitamente prospetta una intenzionalità a modificarsi. Sintomo come richiamo a una realtà “altra” che vuole essere disvelata.
Nel momento in cui viene comunicato nel setting, il sintomo infatti diventa, sia pure in via indiretta e talvolta solo allo stato embrionale, la manifestazione di una intenzionalità a mettere in gioco e a fare esperienza dello stato emotivo che lo determina e a cui esso rinvia. Penso ai sintomi isterici, fra i più eclatanti per la loro teatralità e non a caso, mi piace pensare, quelli che “si sono offerti”a Freud per una prima elaborazione e per la successiva fondazione della psicoanalisi.
Il sintomo, nel senso più generale, sembra avere valore di segno più per chi lo riceve che per chi lo produce, in quanto a livello di questo ultimo è spesso automatico e, nel caso di cui parliamo, cioè dei sintomi di tipo psicologico, è legato a situazioni che per definizione non appartengono alla coscienza.
Nella relazione analitica la situazione e diversa; dal momento che ci si situa al di dentro di essa si può dire che il sintomo si confonde con la stessa funzione comunicativa. Si passa da un sintomo