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Vorrei tentare di confrontare due situazioni cliniche, una di un paziente delirante e l'altra di un intellettuale, che a mio avviso presentano delle analogie rispetto alla loro incapacità di “conoscere”, ma la cui organizzazione-struttura e i processi che la sottendono, sembrano seguire due direzioni opposte. Tutti e due dotati ed intelligenti, avevano grosse difficoltà di stabilire rapporti metabolizzabili tra la realtà interna e la realtà esterna. Ciò che mi colpiva era che l'intellettuale appariva a tratti come un delirante, completamente staccato dalla realtà ed incapace di mediare i suoi sentimenti e le sue speculazioni teoriche, mentre il paziente psicotico che percepiva con notevole lucidità le sue più recondite ed altrui emozioni, era anch'esso incapace di distinguere la realtà esterna. Nel primo paziente la capacità di pensare e di discriminare era travolta dall'irruzione del mondo irrazionale sensoriale-emotivo, con una vistosa disorganizzazione della funzione simbolica e del processo secondario.
Il secondo, avendo ipertrofizzato in modo difensivo le intellettualizzazioni e spogliato al massimo i suoi vissuti da contenuti affettivi, si avvicinava alla situazione descritta da Freud, nell'“Insconscio”, 1915:
“Quando pensiamo con astrazioni vi è il rischio che si possa trascurare la relazione tra la parola e la rappresentazione inconscia delle cose, e si deve confessare che l'espressione e il contenuto delle nostre speculazioni cominciano ad avere una somiglianza sgradita con il modo di operare degli schizofrenici…