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Il lettore potrebbe collocarsi da più di un punto di vista nella lettura di questo libro. Da quello di chi cerchi un approfondimento nella comprensione del sogno, da quello di chi è particolarmente attento ad ogni disvelamento dell' esperienza psicotica, da quello di chi voglia confrontarsi con una sorta di metafora sulla vita, da quello di chi si interessi alle peculiarità dei linguaggi. E l'elenco potrebbe continuare.
Preferendo tenere fermo il filo conduttore esplicito nel titolo, quello del sogno, vorrei sottolineare quanto l'A. stesso avverte: che il libro deriva da una serie di seminari e pertanto conserva la pregnanza del linguaggio parlato ed una struttura discorsiva, per così dire, policentrica — i cui sviluppi più o meno si imbricano — piuttosto che uno sviluppo consequenziale ed articolato. Ne risulta un discorso aperto e continuamente ripreso in guise diverse che, esso stesso, ricorda il sogno e il mito. L'approccio fenomenologico, strutturalistico e linguistico tramite cui si espleta l'indagine psicoanalitica, usa ad un tempo il gusto culturale umanistico e dilata la ricerca dell' oggetto alle espressioni della letteratura, dell' arte, dei miti. E qui il tentativo di conservare definito l'oggetto che il lettore ha prescelto, magari, appunto, il sogno, o i risvolti della psicosi, può diventare arduo — e la ripetitività più che un rischio — nello sfumarsi del linguaggio, nelle continue rivisitazioni dei concetti, nel dilatarsi dei piani dell' umano evocati ad esprimerlo, nella pluridisciplinarietà culturale dell' approccio. Forse, per tentare un'informazione critica del lettore, vale la pena di accennare ai vari capitoli, almeno a quelli per cui è più facile una certa sintesi.
Mi pare che ci si possa chiedere se la centralità del capitolo non stia nel fatto che “teatro del sogno” “scena” e “attore”, i richiami