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Ho conosciuto Anna Freud nel 1932, al Congresso internazionale di psicoanalisi di Wiesbaden — il primo a cui partecipavo —. Mi presentò a lei il mio maestro, Edoardo Weiss, e ricordo che la già famosa figlia del fondatore della psicoanalisi mi accolse con l'affabilità e la cordialità che le erano proprie, e che mai si smentirono in tanti anni di lavoro comune. In una cartella gelosamente custodita, posseggo di lei un centinaio di lettere, che ho riletto dopo la sua scomparsa (9 ottobre 1982), e che mi hanno ricordato ulteriormente sia una delle più grandi figure “storiche” della psicoanalisi, sia la gentilissima amica, che tante volte mi assisté — da vicino e da lontano ? nella mia opera di studioso e di scrittore.
Anna Freud era nata a Vienna il 3 dicembre 1895. Avrebbe perciò compiuto, nel 1982, 87 anni. Era pressoché sconosciuta, in Italia, quando apparve nel 1935, in una traduzione italiana da me curata, un suo piccolo libro, che s'intitolava “Introduzione alla psicoanalisi per gli educatori” e che fu pubblicato dall'Editore Cremonese di Roma. Erano quattro lezioni tenute da Anna a pedagogisti di Vienna, che si occupavano di bambini d'asilo. Già prima di quell'epoca, in realtà, la figlia di Freud si era affermata come un'autorità, anche sul piano internazionale, per tutto ciò che riguardava la psicologia del bambino, l'interpretazione della vita psichica infantile alla luce delle scoperte psicoanalitiche, la psicoterapia analitica dei disturbi psichici e delle nevrosi infantili. Ma l'opera che le diede