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Il concetto di disconoscimento (Verleugnung), come attacco alla conoscenza di una immagine corporea diversa nei due sessi e la coesistenza, per il tramite della “Spaltung”, di una concezione fantastica e di una aderente alla realtà del corpo stesso, viene più esplicitamente teorizzata da Freud a proposito del “Feticismo” (1927). La difficoltà del superamento dell'angoscia di castrazione e il possibile disconoscimento della realtà anatomica femminile, è tuttavia ben precedente in Freud (1905, 1906, 1910, 1924) e continua sino al termine della sua opera (1938, 1938) con successive varianti legate alla modificazione dei tempi teorici dello sviluppo psicosessuale. È interessante notare che il concetto di disconoscimento, con le sue conseguenze di rifiuto della realtà esterna, non è in Freud riferito solo alla incapacità di riconoscere la diversità femminile, ma anche alla impossibilità di cogliere il significato del tempo umano. Ne fanno fede, nel “Perturbante”, ad es. (1919), i richiami alle concezioni legate all'animismo e alla negazione della morte e, nella “Scissione dell'Io nel meccanismo di difesa” (1938), l'accenno al mito di Crono. A ben leggere, l'Io scisso dal disconoscimento perverso, non sembra nell'opera di Freud arenarsi solo sugli scogli dell'angoscia di castrazione, quanto piuttosto sull'incapacità di riconoscere la dipendenza dalla matrice, con toni che rimandano all'angoscia