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“Finora ho soltanto imparato a dire bene le parole per le cose che non si vogliono più dire o che si direbbero ora in maniera diversa. Ogni nuova impresa è un viaggio nel regno dell'inarticolato”.
“Se le parole sono malate spetta a noi guarirle”.
L'immagine della “matrioska”, la bambola russa che contiene dentro di sé una bamboletta più piccola e poi un'altra e un'altra ancora, fino al pupazzino interno dai lineamenti appena e malamente sbozzati tanto è minuscolo, mi sembra possa essere felicemente utilizzata per esprimere l'idea che ci siamo fatta, attraverso l'esperienza, della personalità del paziente: l'adulto che parla con noi contiene l'adolescente, questi il bambino, i cui conflitti appartengono all'epoca verbale dello sviluppo e possono essere in parte ricordati, e questi infine l'infante, non ancora completamente integrato, senza memoria e senza parole. Attraverso gli strati che si sono via via sovrapposti, l'infante comunica in qualche modo con noi: comunica servendosi del corpo dell'adulto che lo contiene, ma anche delle sue parole, riuscendo a infilarvisi dentro e improntandole di sé attraverso l'intonazione o, come sostiene Etchegoyen, in quanto “le esperienze preverbali trovano una successiva traduzione verbale nel contenuto latente dei ricordi schermo, dei miti familiari e delle fantasie