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Questa nota sul libro di R. Speziale Bagliacca non è una recensione, bensì un commento circa un aspetto del libro, quello in cui mi sembra d'identificare la sua ipotesi generatrice. Io ravviso una tale ipotesi nella diagnosi psicoanalitica che l'Autore fa, guarda caso, della stessa psicoanalisi, e nella proposta terapeutica che ne consegue.
Lascio al lettore il compito di giudicare se la diagnosi è azzeccata e se la terapia è adeguata. Mi interessa piuttosto ragionare sulla fondatezza del progetto. Esso tratta del sapere psicoanalitico, ma anche delle pratiche “sociali” che producono e trasmettono questo sapere. Scrivo sociale tra virgolette in quanto la psicoanalisi è di per sé una pratica sociale, ma richiede inoltre la esistenza di società o istituzioni psicoanalitiche (questo è un dato di fatto, non l'asserzione d'una condizione necessaria).
Quali sono i segni che uno sguardo psicoanalitico, lanciato sulle pratiche “sociali” della psicoanalisi, coglierebbe a prova dell'utilità di un interessamento diagnostico? Tanti. Proverò a menzionarne alcuni, premettendo che non farò una esplicita distinzione tra quelli di cui parla l'Autore e quelli che ho aggiunto, giacché mi motivava alla scrittura della nota una sintonia di preoccupazioni con Speziale Bagliacca, la cui essenza trovo ben simbolizzata nel titolo del primo capitolo del suo libro: “Psicoanalisi: dalla chiusura al confronto aperto”. Esso è un sunto della diagnosi e della terapia proposta. Ma torno ai sintomi.