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Il termine che Melanie Klein usò all'inizio delle sue riflessioni sui processi riparativi, wiedergutmachen, rinvia ad un processo bifasico, in cui, ad una prima azione o fantasia — passata e spesso sottintesa — succede una seconda azione o fantasia che pone mano a sanare i danni arrecati dalla prima, sotto la spinta di forze particolari. In una prima fase la Klein sembrò ipotizzare soprattutto l'intervento di forze superegoiche che richiedono che il male sia compensato e riparato (Klein, 1927; Money-Kyrle, 1933). Ben presto, tuttavia, nei suoi scritti, i termini si moltiplicano, parallelamente alle successive elaborazioni teorico-cliniche che, oltre e al di là della angoscia e del senso di colpa, prendono a considerare maggiormente la responsabilità psichica e la compassione per l'oggetto: a reparation si affiancano restoration e restitution che, forse, non sono mere variazioni linguistiche, anche se le loro sfumature di diversità non furono mai esplicitate. Sembra di intendere che non si tratti più soltanto di rimediare a ciò che è stato fatto, ma di produrre un'azione, reale o fantastica, che apporta nuova ricchezza anche al soggetto che la compie.
A questo punto il termine “riparare” riprende i suoi significati originali e si allinea con quelle parole primitive di cui ci parla Freud (1910) dal significato antitetico, oscuramente, ma inconsciamente, illuminanti. Il reparare latino significa, infatti, non solo