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Ho sempre pensato che il discorso di Melanie Klein a proposito della gratitudine, che ha uno spazio relativamente modesto rispetto a quello riservato allo studio dell'invidia nel suo celebre libro (il cui titolo “Invidia e gratitudine” tenderebbe peraltro a dargli un peso paritetico) rappresenta un grosso impegno per noi, sia come persone che come psicoanalisti. Può allora succedere che ne deleghiamo il peso ai nostri pazienti, dentro le cui comunicazioni andiamo cercandone ansiosamente la comparsa, e sovente con poco successo: nel corso dell'analisi, infatti, in certi periodi e, quasi di regola, di nuovo durante l'elaborazione del periodo finale, sembra più usuale avere a che fare colle proteste e cogli attacchi talora piuttosto vivaci degli analizzandi, come conseguenza del loro scoraggiamento e dell'angoscia da cui sono colti, quando si trovano a valutare i risultati ottenuti e li trovano deludenti, in paragone alle aspettative narcisistiche che avevano sempre coltivato.
In altri momenti, invece, possiamo osservare la comparsa di riconoscimenti affettuosi e anche di evidenti sentimenti di gratitudine, con conseguenti movimenti riparativi; ma non è detto che anche questi non possano a loro volta indurre nell'analista reazioni emotive abbastanza intense, forse non solo di ordine controtransferale: questa osservazione mi ha portato a riflettere sulla grande complessità degli affetti che descriviamo nel registro invidia/gratitudine, e a chiedermi se e quanto è possibile che compaiano, per così dire, in cultura pura. Forse sarebbe più adeguato a quello che sappiamo della realtà psichica, considerarli come sentimenti sempre