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Recensendo, un anno fa (“Rivista di Psicoanalisi” N. 1, ), “Adulthood” (edito da E. Erikson e W. Norton) e “Mid-Life” (edito da W. Norman e T. Scaramella) proposi di intenderle come pietre miliari dell'interesse per lo sviluppo dell'uomo nell'età adulta, crescenti per tutto il corso del precedente decennio. Io stesso, mentre la segnalavo, sottovalutavo quanto forte fosse l'onda di questa moda, che ha portato alla pubblicazione, fra il 1980 e il 1982, di parecchi altri volumi in lingua inglese, (“Men at Midlife” di Parrei e Rosenberg, “Modern Perspectives in the Psychiatry of Middle Age” edito da Howells, “Work and Love in Adulthood” edito da Smelser e Erikson, “Life Course: Integrative Theories” edito per l'AAAS da Back, “Hitting our Stride” di Cohen, Levin Coburn e Pearlman, e “Change and Choice” edito da Musgrave e Menell) e in Italia, accanto alla pubblicazione di due opere giornalistiche di buona qualità (“Quarantenni in faccia” di Anna Giulia Fani e Vanna Vannuccini e “Per qualche ruga in più” di Franca Romè), alla traduzione di “Adulthood” (Armando). L'imprecisione maggiore fu però indicare in “Adulthood” e “Mid-Life” le pietre miliari della decade, quando era in pubblicazione “The Course of Life” che con i suoi tre volumi, le sue 1808 pagine ripartite fra 79 contributi e la sua stampa “ufficiale” da parte dei servizi governativi, si propone come la più sistematica revisione delle conoscenze, non solo psicoanalitiche, del corso della vita e in esso dell'adultità, alla quale, nella sua normalità e nella sua patologia, son dedicati venti contributi di psicoanalisti, tutti americani ad eccezione di Jaques.