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Il cancro, nella potenza evocativa angosciosa della parola, sinonimo, più che solo evocativo, di morte, contiene elementi perturbanti più di ogni altro, al di là del concetto di cancro in sé, ma come destino sempre possibile e sempre negato, indipendente ed
esorcizzato, espressione della labilità, della instabilità, della Vergän-glichikeit (caducità) dell'hic Rbodus hic salta della sicurezza (sicumera?) umana. Il termine di Unheimlich (perturbante) può essere qui usato in termini sinistramente letterali.
Nell'affrontare il problema, le resistenze diventano, come si può constatare, massime: è l'esperienza di tutti noi quando il problema viene posto nell'analisi. Ma, io credo, non è da meno nella ricerca. Ne risulta che il problema del cancro viene affrontato con criteri rigorosamente “scientifici”, il che vuol dire scotomizzando l'evento e occupandosi degli anticorpi e degli enzimi, o con criteri manageriali, con la fantasia di allontanare il male da noi e di farlo confluire in un grande, unico centro, che un giorno ce lo risolverà, ma che per l'intanto ce lo toglie di vista. Ed è, io credo, anche per questo che in una vasta area di ricercatori, la ricerca psicologica (meglio psicoanalitica, che poi vuoi dire ricerca sulla genesi) crea reazioni un tempo di rigetto, oggi più di sussiegoso inquadramento, ma anche questo poco in accordo con lo spirito della psicoanalisi.
Credo che il libro della Marsella tragga almeno parte del suo valore scientifico, che è, io credo, rilevante, dal rimanere in bilico nel conflitto metodologico: dare ordine e sistematicità al problema, o liberare lo strumento fantastico creativo? Mi pare che l'autrice, per i riferimenti bibliografici, per i procedimenti strettamente clinici e in parte psicometrici adottati, abbia scelto di dare ordine, e, in qualche modo, di imitare il metodo biologico.
Ma le conclusioni ed i riferimenti teorici sono psicoanalitici, creando un produttivo ed utile stridore, ed un esempio non frequente di proposta per una