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Ho ricevuto questo gentile invito con grande piacere, perché mi si è offerta l'opportunità di riflettere sul passato oltreché di assaporare il piacere di passare qualche ora con voi. Confesso che in un primo momento ero rimasto perplesso, dato che mi si proponeva di dire qualche parola commemorativa in onore di Anna Freud o - se lo preferissi - Melanie Klein. Tale scelta provocò un'onda di ricordi tanto distanti quanto vivi.
L'essermi trovato nella posizione di uno che può apprezzare le doti e le eccezionali qualità di queste due leaders senza essere legato tuttavia a quella lealtà imposta da un sistema ortodosso quale il freudiano o il kleiniano, lo debbo più ad una chance che ad una scelta.
Per quanto riguarda Anna Freud, quel sostegno offertomi per molti anni dai miei colleghi ha fatto sì che potessi conoscerla in maniera ben diversa da quello che invece si è verificato con Melanie Klein; ma oggi desidero soprattutto offrirvi le mie impressioni, accumulate nel corso di tutti questi anni, viste all'inizio con l'occhio di un candidato, e in seguito con quello di un analista.
Cercherò anche di condividere alcune di quelle angosce e indecisioni attribuibili all'aver partecipato al gruppo indipendente e cosiddetto “di mezzo” della Società Psicoanalitica Inglese.
Per dare un po' di coerenza a questo discorso, tornerò ai pri-mordi della mia carriera. Come forse qualcuno già sa, la mia vita