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La fiaba della mano verde mi era nota dalla fanciullezza. Essa comparve nell'analisi di un paziente, prima, e di due altri successivamente, nel corso del mio lavoro, come associazione ad un sogno, in un caso, a una situazione di erotismo anale rievocato, in un altro, e a vissuti angosciosi di sadismo e masochismo anali nel terzo. In due dei tre casi la rievocazione del materiale fiabesco aveva carattere angoscioso e la fiaba, che è - come sentirete - grossolana nel suo scarso livello di trasformazione poetica, ma è pur sempre una favola ascoltata con piacere dai bambini, aveva fallito nel suo scopo di rendere tollerabile l'esperienza psicologica cui essa allude. I pazienti ricordavano che la fiaba era per loro motivo di angoscia, quando veniva loro raccontata, da bambini.
Avevo pensato ad una correlazione tra il materiale fiabesco e le vicende dell'eccesso di stimolazione, così come è stato descritto e studiato da Shengold (1967), ma non ero andato avanti su questa linea. Così come avevo lasciato cadere il progetto di raffrontare la fiaba con la masturbazione anale e la identificazione proiettiva (Meltzer, 1965), benché in tal senso gli accostamenti possibili fossero numerosi ed evidenti. È stata invece la lettura del volume di Grinberg (1976) sui processi di identificazione che mi ha dato la spinta decisiva a riprendere in mano l'argomento.
Vi darò prima la versione della fiaba, così come era nella mia memoria e nella rievocazione dei pazienti, secondo un testo più